I colori delle fiabe

L’esposizione presenta una serie di lavori individuali realizzati dagli ospiti della casa di riposo che ogni settimana partecipano all’attività pittorica.
Nel percorso di quest’anno gli incontri si sono aperti con il racconto di una fiaba che ha immerso gli ascoltatori nel tempo sospeso e magico della narrazione.
Le fiabe esprimono un’esperienza umana nel suo percorso evolutivo, rappresentano i conflitti dell’anima, che ogni uomo attraversa nelle diverse età della vita, e si servono di un linguaggio immaginativo e simbolico.
Dopo il racconto, tramite l’uso del colore, sono stati rielaborati i sentimenti, le atmosfere e alcune immagini emerse nella fiaba, come il bosco, la casa, il fiore, gli animali, gli uccelli, il serpente.
I lavori ad acquarello hanno tratto ispirazione dai racconti, senza essere illustrazioni, facendosi eventi cromatici autonomi, dove i colori sono stati sperimentati per le loro qualità psichiche, dinamiche e trasformative.
La narrazione e il lavoro pittorico hanno lasciato libertà alla fantasia, hanno permesso di entrare in un momento di sospensione del tempo ordinario, all’interno di uno spazio sicuro e strutturato, dove poter affrontare la vita in modo creativo, accedendo ad una dimensione altra, soggetta alle leggi interiori dell’anima.

Vicino al castello del re c’era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c’era una fontana: nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel bosco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente; e quando si annoiava, prendeva una palla d’oro, la buttava in alto e la ripigliava, e questo era il suo gioco preferito.

(Il principe ranocchio)

C’era una volta una povera vedova, che viveva sola nella sua capannuccia e davanti alla capanna c’era un giardino con due piccoli rosai; l’uno portava rose bianche, l’altro rose rosse. E la donna aveva due bambine, che somigliavano ai due rosai: l’una si chiamava Biancaneve, l’altra Rosarossa.

(Biancaneve e Rosarossa)

C’era una volta, e forse c’è ancora, una principessa, che, nell’ultimo piano del suo castello, proprio sotto i merli, aveva un salone con dodici finestre, che dominavano tutto l’orizzonte; e quando vi saliva e vi guardava attraverso, poteva abbracciare con lo sguardo il suo regno. Dalla prima finestra già vedeva meglio degli altri, dalla seconda ancor più, più nitido dalla terza, e così fino alla dodicesima, da cui poteva veder tutto quel che stava e sottoterra, cosicché nulla poteva restarle nascosto.

(Il leprotto marino)

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